Perché il Seicento che in altre regioni è così fastoso e festoso, in Lombardia appare, artisticamente, come il periodo più tetro?

Un po’ per la severità dei Borromeo, arcivescovi di Milano, che non consentivano eccessivo fasto e bizzarie nelle chiese; ma soprattutto per l’ossessione della peste, che appare qui più spaventosa che in altre regioni d’Europa. Non c’è infatti quasi nessun paese che non abbia il suo macabro ossario o cappella dedicata alla peste e ai morti della medesima.

Busto Arsizio, triste primato, le ha tutte e due: la chiesetta di S. Gregorio, eretta appena finita la pestilenza “dei Promessi Sposi” e decorata da pitture allusive, e il tempietto-ossario di S. Giovanni Battista. “arte della Peste” è stata definita da un noto critico la pittura lombarda dell’epoca (prima del ‘600); l’estrema confidenza con la morte ha ispirato ai pittori – il Morazzone, il Cerano, il Procaccini, Francesco del Cairo e tanti altri – forme livide e sinistre, volti allucinati, corpi gonfi e paurosi.

Le pestilenze si dileguarono all’ improvviso verso il 1680 e di colpo, da un anno all’altro, l’arte si fece più leggera, fantasiosa e spregiudicata. Moriva il Barocco e nasceva l’allegro Roccocò.

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