La notizia di una sommossa popolare guidata da un imprenditore non è mai apparsa nei testi usati dalle scuole di partito. Eppure è stata questa una delle più tragiche della storia del Varesotto quella che insanguinò Luino il 10 maggio 1898 poche ore dopo l’eccidio di Milano ordinato dal generale Fiorenzo Bava Beccaris che obbedendo agli ordini del governo, presieduto dal marchese Rudini, fece tuonare i cannoni contro i milanesi che protestavano per l’elevato prezzo del pane, salito a 46 centesimi il chilo, in un periodo in cui i braccianti guadagnavano 2-2.30 lire al giorno.

Questi stessi prezzi erano praticati dappertutto e in tante città lombarde gli operai organizzarono manifestazioni di protesta: a Saronno, Gallarate,Busto, Como Lecco, Varese. A Luino però le manifestazioni popolari volsero in tragedia. Qui alla tasta dei dimostranti, con i primi socialisti, si trovava Giuseppe Battaglia, figlio di Giovanni, già falegname alle dipendenze della seteria Huber, messosi in proprio a produrre preziosi telai meccanici.Suo figlio Giuseppe, diventato torcitore, aprì a sua volta un’impresa. Furono gli operai di questa azienda, con il loro datore di lavoro in testa, a condurre a Luino la campagna contro il rincaro del pane.

Avendo ottenuto solo promesse,con altri lavoratori, circa duemila,il 10 maggio presero d’assedio il municipio e la caserma dei carabinieri chiedendo la liberazione di  un  loro compagno arrestato alcuni giorni prima mentre protestava sempre per il rincaro del pane.E qui cominciò una sassaiola alla quale militari e finanzieri risposero a colpi di fucile.Il numero dei morti non è certo, si parla di 14 vittime tra cui una cittadina svizzera. Numerosi gli operai che trovarono rifugio nella vicina Svizzera tra cui anche il promotore della rivolta Giuseppe Battaglia. Il processo per quella tragica battaglia si svolse a Milano due mesi dopo davanti al tribunale di guerra. Le condanne furono dure:Giuseppe Battaglia e l’avv. Giuseppe Menotti di Brissago , Camillo Barozzi, Attilio Villa, Giovanni salini, Guglielmo Ganda, Francesco Marchetti,Maria Marchetti,Emilio Ruffinoni, tutti rifugiati all’estero,furono condannati a otto anni di reclusione.

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