The Artist, the Horse and their Photographers /Erica, il Cavallo e i suoi fotografi

di Rolando Bellini
È uscito nel duemila presso Sellerio editore di Palermo, nella ormai classica collana dei piccoli libri blu, un giallo mitologico assai raffinato che compie un viaggio immaginario nel mondo dei Greci nostri progenitori con particolare riferimento al mondo antico in cui, vivente il filosofo, prosperava la lezione aristotelica; si tratta d’un libello dal titolo inquietante e incuriosente che suggerisce una duplice possibilità: da un lato un giallo filosofico e dall’altro, una riflessione ermeneutica elevata fino a lambire la complessità con, in un caso e nell’altro, il merito di affermare un continuum fra l’immaginario antico greco e quello di noi moderni.

L’originale, in inglese, Aristotele and the Fatal Javelin, è apparso nel 1980 e ha frattanto raggiunto in questa traduzione di Rosalia Coci, accompagnata da un’introduzione di Beppe Benvenuto e una nota di Luciano Canfora, nel 2001, la quarta edizione. L’autrice è Margaret Anne Doody, titolare d’una cattedra di letteratura comparata guadagnata pubblicando romanzi e saggi preziosi e tenendo tutta una serie di interventi in cui sostiene l’importanza della letteratura, l’utilità esistenziale della scrittura. Il volumetto blu di Margaret Doody, Aristotele e il giavellotto fatale, propone in copertina un olio di Hyppolyte Jean Flandrin, del 1836, oggi conservato al Louvre, in cui un nudo maschile introduce alla lettura attraverso il filtro d’un classicismo attualizzato che ha trionfato nel secolo filosofico in comunione con l’illuminismo e ha nutrito di sé l’epopea napoleonica e la “restaurazione”, fino a implicare secessioni e avanguardie storiche di primo ‘900.

Richiamarsi in chiave contemporanea al mondo aristotelico filosofeggiando e al tempo stesso dando spazio a un giallo di indubitabile attualità è dunque uno dei pregi del volume, l’altro è quello di riattualizzare un mondo di forme, di atti, di nudità emblematicamente mitopoietiche. Tutti ingredienti utili ad introdurre il nostro “caso”, esso pure costituito da un intreccio da thriller al tempo stesso mitico e dunque poetico e perciò fabuloso e magico e intrigantemente colorato di giallo, di nudità eroica ed erotica, di beltà mitica, un evento in cui forme e figure convivono con il pensiero e l’azione fattesi un tutt’uno esclamativo. Nel mondo greco antico si aveva il culto del corpo e lo si scolpiva attraverso tutta una serie di pratiche oggi traslate da olimpiche ad olimpioniche e il cui culmine è il decathlon. Al tempo stesso si aveva il culto dell’intelligenza e dunque i giovani ginnasiali venivano istruiti alla filosofia, attraverso le varie accademie allora attive, in cui trionfava il pensiero aristotelico. Cosicché intelletto e fisicità corporea concorrevano all’affermazione dell’uomo greco il quale in tutti i suoi esercizi si misurava con se stesso in perfetta nudità esibendo il proprio corpo scolpito con la maestà di un dio minore. La stessa nudità che compare assieme ad altrettante figure sui fregi plastici superstiti, nelle ancor più rare pitture, sulle urne funerarie e infine in una misura davvero cospicua sui vasi greci, dove arriva a comporre quella straordinaria galassia denominata come pittura vascolare che nobilita tutti i grandi musei e le più avvedute e ricche collezioni.

Una pittura vascolare – mi insegnavano i miei docenti di settore all’università, Paribeni e Beschi – che niente ha a che vedere con la decorazione e tanto meno con le cosiddette arti minori d’età moderna. Basti consultare, per averne riscontro, un vecchio e prezioso repertorio, un libriccino da tasca éditato per cura di M. A. Levi e A. Stenico da Mondadori nel 1956 (Pittura greca. Disegno vascolare, con 136 tavole in nero e 4 a colori per complessive 160 pagine), un vero gioiellino, direbbe Giorgio Gaber. Compaiono su questi vasi greci cavalli e cavalieri, bighe, banchetti, danze, quant’altro in grado di ritualizzare la vita e i culti di quell’età dell’oro andata perduta e sempre nostalgicamente rievocata, testimoniando ricorrenti nudità, per lo più maschili, ma non mancano nudità femminili. Anche se è più presente la donna seminuda, schermata da un velo impalpabile.
Quest’ultimo abbigliamento è stata anche la scelta di un’artista contemporanea, Erica Tamborini, che ha fatto propria, nei suoi particolari termini artistici, l’eredità dei Greci antichi, accettandone la sfidante incognita estetica che conferisce all’arte tutta un’aura etico-artistica d’un potente timbro poetico e mitologico.

Tamborini, con elegante (e disarmante) semplicità riesce a fare propria questa sfida attualizzandola e assorbendo, consapevolmente, qualcosa dei primigeni germi classici, qualcosa ancora dai due revival che l’hanno resa eterna, celebrandola non senza ragione fino a tradurla in un mito: l’umanesimo (basti richiamare la Primavera di Botticelli, degli Uffizi) e la susseguente “rinascenza” che dà nutrimento alla nuova classicità illuminista che si impone nella seconda metà del XVIII secolo, attualizzando l’antico in una modernità senza eguali (per averne un’idea converrà richiamare le sculture del Canova). Non è certo cosa da poco riuscire a incarnare un mito facendolo attualità vivente, ma questo è quanto sta realizzando con il proprio “fare” artistico Erica Tamborini. Questo è quanto ha realizzato in Palazzo Cusani con la sua performance.

La giovane artista, performer e scultrice, nella propria poetica evoca questa stessa pregiata pittura vascolare dal pittore di Andocide a Psiace e Epitteto od Otto, da Eufronio al pittore di Menone, il vasaio, molti altri autori ancora, come Eutimide o il pittore di Cleofrade, Macrone e il pittore dei Niobidi o il pittore di Persefone: basti visitare i grandi musei come il Louvre a Parigi o l’Ermitage, a San Pietroburgo, per averne conferma. Erica – per venire al fatto – si è cimentata in un’impresa epica e poetica, dando appunto forma vivente al mito ammantato ad un tempo di esteticità e dunque eticità e di quella sublime eleganza che soltanto l’epos classico riesce a esprimere (come insegna la lettura di Omero). Avuto il permesso dal Ministero della Difesa, scortata dal suo gallerista Vincenzo Panza (titolare della galleria VS arte contemporanea di via Ciovasso, 11, dietro Brera, nel cuore artistico di Milano), ha portato in Palazzo Cusani, sede del Comando Militare dell’Esercito per la Lombardia, un cavallo e se stessa per compiere un elegante ed eroico, estetico, etico ed erotico atto performativo. Palazzo Cusani si trova di fronte al Palazzo di Brera, dove ha sede l’Accademia delle belle arti che ha formato questa artista poi laureatasi alla Statale in storia dell’arte e come Brera, dov’è un cortile monumentale firmato da Luigi Canonica, l’architetto di Napoleone, anche Palazzo Cusani ha un proprio Cortile d’onore monumentale ed è qui che è avvenuta la performance di Tamborini. Ha portato se stessa e la Biblioteca Nazionale Braidense, grazie alla sua direttrice Mariella Goffredo che ha accolto e promosso il progetto della giovane artista, il progetto “Insight” di Erica Tamborini costituito da una trilogia, di cui l’evento di cui si sta parlando è, di fatto, il preludio, necessario, per il compimento del terzo atto, una mostra fotografica in Biblioteca; un progetto d’arte in grado di promuovere e valorizzare la cultura, l’editoria, le istituzioni e le persone coinvolte; un progetto che soggiace a una poetica di arte relazionale assai particolare e all’avanguardia a livello internazionale. Quello che è avvenuto in Palazzo Cusani – a porte chiuse stante l’esclusività e la particolarità del luogo che impone severe norme di sicurezza – anche grazie all’accoglienza e alla piena disponibilità del presidio militare guidato dal colonnello Emanuele Carozzi che dirige pure il Circolo ufficiali del Palazzo, conferma: un evento performativo metaforico – nell’accezione cara a Picasso – e simbolico – nell’accezione alto-medioevale che conferisce all’arte valore trascendentale. Un evento semplicissimo e pertanto d’una complessità sommersa e al tempo stesso evidente, un’azione assai bella che si è tradotta in una manifestazione affatto unica e di rara poesia.

Erica è entrata nel Cortile d’onore di Palazzo Cusani la mattina del 30 agosto u.s. (ultimo scorso) assieme al suo stallone nudo e cioè privo d’ogni bardatura ad eccezione d’una testiera di cordino fatta con pochi nodi, un bel cavallo dal manto di tenebra che contrastava con l’impalpabile e trasparente abito bianco di lei, una veste velata e ricamata a mano stretta in vita da una cintura di cuoio. Al passo, entrambi, la donna e il cavallo, quasi danzando, Erica e lo stallone hanno percorso il perimetro del Cortile come fossero due figure della Pentesilea le cui opere sono visibili a Parigi, al Louvre, come a New York. Respirando all’unisono con il suo destriero e compiendo gli stessi passi, evocando anche il pittore dei Niobidi, altro celebre autore greco antico, Erica ha percorso l’intero spazio monumentale e infine, richiamando pure Polignoto e il pittore di Eretria, autore d’una newyorkese Amazzonomachia assai pertinente, ecco che con un salto che l’ha esposta maggiormente agli sguardi avidi dei presenti Erica è balzata sul dorso del destriero, richiamando in me pure il pittore di Midia, di Palermo o del Museo Nazionale di Atene. Seminuda – per pareggiare la nudità del destriero – è balzata sul dorso nudo del cavallo, con un lieve sorriso apollineo a incresparle le labbra e senza alcuno sforzo, ma con tutta la eclatante fisicità dionisiaca del proprio corpo, circonfusa di luce e di eros, bianco su nero, nero su bianco.

Il cavallo senza finimenti né alcuna bardatura e la giovane artista praticamente nuda anch’ella (inizialmente voleva vestire solo il cordino e gli stessi nodi che indossa la sola testa del suo cavallo, poi ha optato per questa rievocazione delle vesti fidiache), fianco a fianco, hanno compiuto un nuovo periplo del Cortile. In questa elegante performance, Erica – va detto – appare essere più vicina agli artisti attivi nel III e IV secolo (prima di Cristo), esito della crisi del V secolo, l’età di Pericle, giacché ogni suo gesto, ogni atto è disegnato e ritmato dal respiro di entrambi, ogni passo è sostenuto e sottolineato da una studiata plasticità che conferisce una cadenza aulica agli atti, una linealità evidente sia dell’agire di lei sia dell’agire del cavallo e quest’ultimo, questo intelligente stallone della Scuderia Duca dell’Adua di Robecco sul Naviglio, sul Ticino, alla periferia di Milano, i cui titolari – il titolare della scuderia e il proprietario del destriero, a voler essere precisi – hanno saputo accompagnare quest’azione con professionalità e discrezione, ebbene, questo magnifico stallone ha assecondato in tutto la sua compagna, magicamente.
Erica ha invitato per la sua performance un drappello di fotografi e filmaker ai quali si è affidata per una restituzione visiva dell’evento e al tempo stesso a dare pure una loro personale interpretazione artistica della performance, restituendo così all’unisono lo sguardo dell’altro e una percezione estetica, una visione artistica dell’azione d’arte di cui sono stati ad una testimoni e protagonisti. Il tutto alla presenza di una giornalista. Ragione per cui l’incontro degli occhi, i suoi occhi e quelli dei suoi interlocutori privilegiati, vedrà pure un resoconto verbale, una scrittura testimoniale da parte d’una addetta ai lavori afferente la redazione milanese de “la Repubblica”. Un gioco di specchi, di rimandi interpretativi che sollecita immediatamente nuove possibilità, come fosse un gioco di tarocchi (si pensi a Italo Calvino). I fotografi e filmaker – di diseguale esperienza e attività curricolare, oltreché posizione professionale – erano, in ordine alfabetico, Francesco Bianchi, Paride Carrara, Daniele Di Stefano, Maurizio e Marco Filippo Gabbana, Heliya Haq, Beat Kuert, Francesca Martire, Roberto Rosso, Roberto Ricci, Corrado Sacchi e il fotografo del Circolo ufficiali, Cristiano Ranucci.

L’artista, inoltre, prima di iniziare la propria performance ha voluto ringraziare in primis la dottoressa Mariella Goffredo che ha dato avvio alla trilogia “Insight” e poi tutti i presenti, a cominciare dal comandante del presidio di Palazzo Cusani, il generale di brigata Michele Cittadella che ha ospitato l’evento. Ha ringraziato, a seguire, il colonnello Emanuele Carozzi e il maggiore Saverio Cucinotta che l’hanno accolta offrendole il Cortile d’onore del Palazzo, il rappresentante della Regione Lombardia e presidente dell’AICCRE Luciano Valaguzza, il presidente dello CSEDIAFU, Andrea Badano, il dottor Vincenzo Panza, at last but not least il capitano Flavia Massarini Ghislieri, responsabile beni culturali del presidio, altri pochi ospiti tra cui, in rappresentanza dell’Accademia delle belle arti e della Direttrice della Biblioteca Nazionale Braidense costretta altrove per pregressi impegni, il sottoscritto. Un numero ristretto, selezionatissimo di presenti, tutti ospiti di Palazzo Cusani e dunque del Comando militare dell’esercito italiano per la Regione Lombardia, per consentire con una partecipazione attiva lo svolgimento dell’evento “a porte chiuse”, allo scopo fors’anche di evocare il rituale di Eleusi, suppongo. Nel far questo l’artista Erica Tamborini ha esposto la propria poetica offrendo infine una chiave di lettura della sua stessa arte, uno svelamento della sua poetica. Un bell’intervento che si è concluso con queste parole: “Grazie ai fotografi, un grazie particolare a coloro che sono attori di questa performance. Tengo a ribadire: i fotografi oggi presenti a questa azione performativa non sono meri operatori tecnici che stanno a riprendere ciò che accade, sono bensì attori compartecipi all’accadimento performativo.

Questo perché ciò che rimarrà di questo evento sarà il loro sguardo, la loro interpretazione visiva, che fino a un certo punto documenta il fatto. Ma poi trasfigura l’accaduto dandone un’immagine che non vedo l’ora di svelare attraverso la mostra che verrà prossimamente allestita presso la Biblioteca Nazionale Braidense. Il messaggio che mi preme far passare con questo evento è il valore della collettività. Sono stufa di pensare all’arte come qualcosa di attribuibile esclusivamente all’individualità e all’ego dell’artista. In questo sono vicina a quanto dice il filosofo Giulio Preti in un suo testo manoscritto del febbraio 1964, rimasto inedito fino al 2011. A proposito dell’alienazione dell’artista, Preti dice: ‘L’artista ha perduto il contatto con il pubblico, il motivo è che il pubblico cerca in qualche modo la bellezza, mentre l’artista solo l’affermazione’. È una frase molto forte e in parte discutibile, ma è stata in qualche modo il motto che ha ispirato questa mia performance. Dialogare con un cavallo, muoversi a fianco al cavallo significa l’abbandono totale di ogni ego e di ogni finzione. Il cavallo sente l’anima di chi lo conduce e di chi gli sta a fianco.

I fotografi-attori che diventano essi stessi protagonisti di questa mia azione, ribadendo il loro punto di vista, così come fanno i giornalisti (ringrazio en passant Elisabetta Invernizzi de “la Repubblica”), le Istituzioni vicine di casa: Palazzo Cusani, la Biblioteca Nazionale Braidense e l’Accademia di Brera oggi riunite in un dialogo propositivo. Tutto concorre, a mio avviso, a un unico obiettivo: e cioè a dire per ribadire che questa azione artistica in fondo è metafora di un impegno civile. Questo luogo che parla di valori militari, etici e civili lo sottolinea ancor di più. Allora, mi piace pensare che oggi siamo tutti qui presenti per fare un’esercitazione collettiva di impegno civile”.

 

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