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25 aprile, una ricorrenza e una sfida

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Elzeviro del Direttore

Fiorella Banfi: “25 Aprile” olio su tela

25 aprile 2020, festa della Liberazione, di quale ricorrenza si tratta? Grazie alle forze internazionali guidate dagli angloamericani risalenti lo stivale e alle sparse iniziative insurrezionali di singole regioni italiche, grazie in particolare a realtà come, per volontà del partito d’azione principalmente, ma nello spirito unitario della resistenza (subito dopo venuto meno), l’autogoverno della città di Firenze che si confrontò frontalmente con le forze militari sovvenienti, i vincitori del secondo conflitto mondiale, grazie a sacrifici e imprese straordinarie come la piccola repubblica dell’Ossola che si oppose validamente alle soverchianti forze dell’asse, grazie alla sconfitta di Salò e al lato buono – c’è anche un lato assai meno buono – della resistenza che arriva a congiungersi con gli “alleati” a Milano, e a tutta una rete di pregresse solidarietà individuali e collettive corroboranti, nella misericordia e nella fratellanza che travalica i belligeranti, l’atteso “cessate il fuoco”, ecco che questa giornata celebra una autentica liberazione degli italiani dai patimenti della guerra, la seconda guerra mondiale.

Quella nefasta guerra mondiale perduta dal regime che si era schierato con Hitler. Era anche un respiro di sollievo più ampio e articolato, quello del 25 aprile di allora, nella misura in cui pareva essere in grado di scrollarsi di dosso le sofferenze patite nel tempo della crisi del regime fascista, pur riconoscendogli di aver modernizzato il paese. Una festa, soprattutto, perché la nazione e il popolo si sollevavano dalle rovine, dalle indimenticabili ferite, dai lutti sofferti a causa del conflitto in tutte le sue controverse vicissitudini, slacciandosi dall’isolamento, dalla paura, dal sospetto, dall’avversione per la vita sociale, dall’urto delle parti sociali degenerato in scontri tremendi, dall’infinito dolore per tornare a sperare in una vita migliore, una più intensa e propositiva vita personale e collettiva, riaffermante ciò che si intende per società civile aperta e plurale.

Una festa straordinaria, quel 25 aprile, nella misura in cui si lavorava già, quello stesso memorabile giorno, per poter predisporre le fondamenta di un risorgimento italiano: quella stagione incredibile – seppur segnata da un’avidità  collettiva e da tante ingiustizie, tanti paradossi di cui tuttora paghiamo le conseguenze – che si è chiamata “ricostruzione post-bellica” e ha funzionato da collante d’ogni iniziativa, pubblica e privata, tesa al rilancio dell’Italia, tradottosi nel “miracolo italiano” già in essere nel 1947, realtà nel 1951, ancor più nel 1957, ma attraverso errori d’ogni ordine e grado perpetrati dalla nuova repubblica parlamentare italiana, governata dalla partitocrazia.

La quale poteva farsi forte della posizione di rilievo raggiunta frattanto dall’economia e dall’imprenditoria italiana, con imprese come la Olivetti di Ivrea, e il design e la moda insorgenti e che, in qualche modo, ha portato un benessere diffuso nel “bel paese”, ora competitivo con l’Europa occidentale. Un recente passato che, nei confronti di quanto è accaduto con la seconda repubblica, dà ragione ai nostalgici. È forse il tempo, dunque, di chiudere con quest’attuale e infelicitante seconda repubblica italiana che nel fare quello che può rivela tutta la sua fragilità, nel mentre se ne sta stravaccata sulle chiacchere della tramontata post-modernità; chiudere con i cerimoniali avvilenti in auge, prosperati su una corruzione dilagante dovuta principalmente a ignoranza sociale, civile e giuridica, inadeguatezza fiscale e amministrativa, ingiustizie selvagge e inadempienze antimoderne clamorose che ammantano come una toga l’Italia attuale, prigioniera d’una burocrazia bizantina.

Chiudere per sperare che finalmente, con qualche aggiustamento, e dopo aver superato con le opportune contromisure i traumi striscianti del “distanziamento sociale” imposto dalla “pandemia” in essere, ponendo rimedio a saccheggi di realtà e potenzialità come i “beni culturali”, presupposto del “bene comune” a cui tutti dovrebbero aspirare, in democrazia, quant’altro è ora in ballo con ricadute illibertarie richiamanti appunto il passato, si possa varare – invertendo rotta: basta precipitare verso il basso e il peggio! – una terza repubblica in cui si affermi una nuova moralità collettiva, una nuova capacità operativa, una nuova consapevolezza di sé e del paese, una nuova offerta lavorativa, una nuova liberazione col prossimo 25 aprile, o no? Quale liberazione? Vorrei chiederlo ai nostri lettori; vorrei divenisse argomento collettivo di pubblico dibattito e dunque, cedo la parola a loro, ai lettori.
Rolando Bellini

 

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