Origine e significato dei modi di dire e di alcuni detti più famosi.

Accettare una cosa con beneficio di inventario: (accettare qualcosa -una notizia, un’informazione, una proposta- riservandosi di controllare la fondatezza o la validità.) L’espressione deriva dal linguaggio giuridico, e riguarda l’accettazione dei beni ereditati, da parte dell’erede, con riserva di decidere se tenerli o meno, dopo aver fatto l’inventario del patrimonio, in modo da evitare brutte sorprese, quali potrebbero essere tasse di sucessione troppo onerose oppure debiti che il caro estinto ha contratto gravando di ipoteche i propri beni, ecc.., per cui chi eredita  potrebbe trovarsi nella situazione di dover spendere cifre superiori all’importo dei beni ereditati.

Acqua alle corde: nel 1586, per ordine del Papa Sisto V, l’architetto Domenico Fontana doveva innalzare sull’apposito piedistallo l’obelisco che oggi si ammira al centro della piazza s. Pietro, a Roma. Era un’operazione che richiedeva la massima concentrazione e il massimo silenzio, quindi, per evitare confusione, il Papa aveva fatto emanare un editto che vietava a chiunque non addetto ai lavori di entrare nel recinto o semplicemente di parlare. Bastava il parapiglia dei 140 cavalli e degli 800 uomini impiegati nei lavori. I trasgressori agli ordini del Papa sarebbero stati impiccati seduta stante, e, per l’occasione, all’interno del recinto il bargello e i suoi sbirri avevano eretto il patibolo. Secondo la tradizione, un certo Bresca di San Remo, capitano di un bastimento genovese, si accorse a un certo punto che le corde che reggevano il monolito tendevano ad allungarsi a causa dell’eccessivo peso, e quindi avrebbero finito col rompersi, provocando la distruzione dell’obelisco. Quindi, incurante dell’editto del papa, si mise a gridare: “acqua alle corde!” (per l’esattezza come narra Daniele Morchio, aiga, dai de l’aiga ae corde). Da buon marinaio, sapeva che la canapa, bagnata, si restringe e si accorcia. L’architetto, per fortuna , dette immediatamente l’ordine di bagnare le corde, e cosi’ l’operazione fu felicemente portata a termine. Inutile dire che invece di essere impiccato il brasca ricevette, insieme agli elogi papali, anche  consistenti privilegi, tra cui una lauta pensione mensile e il titolo di capitano del primo reggimento di linea pontificio, con l’autorizzazione a portare la divisa e innalzare la bandiera pontificia sul suo bastimento.

Acqua in bocca: (tacere accuratamente su qualcosa, conservare bene un segreto) si racconta che all’origine di questo detto ci sia una grande trovata di un confessore. Una donna molto devota, ma afflitta da un ostinato vizio di maldicenza, gli si rivolse chiedendo un drastico aiuto. Le preghiere non servivano, i buoni propositi al momento sfumavano. E allora il fantasioso confessore offrì alla donna il suo rimedio empirico: le diede una boccetta d’acqua di pozzo e le suggerì di mettere due gocce sulla lingua ogni qualvolta che si fosse sentita la voglia di dire peste e corna di qualcuno e tenere la bocca ben chiusa finche’ la tentazione non fosse passata. Probabilmente funzionò.

Ad usum delphini: (preparare qualcosa-un testo, una relazione-modificando la sua forma originale spurgandola o addirittura falsificandola, per raggiungere un determinato scopo.) Il Duca di Montausier, nominato da Luigi XIV, nel 1668, governatore del delfinato, diede l’incarico a due religiosi, Bossuet e Huet,  di “spurgare” tutta una serie di classici latini destinati all’educazione del delfino -erede al trono di Francia-. Sul frontespizio di ognuna di queste opere c’era scritto in usum delphini con la variante  ad usum…, che pero’ oggi e’ la versione universalmente adottata. Questi testi, stampati a  Parigi, vennero usati anche in molte scuole, soprattutto in quelle religiose.

Al tempo che berta filava: (in tempi antichi, molto lontani quando le cose andavano in un certo modo) fra le varie versioni, numerosissime in verità, sull’identità di questo misterioso personaggio, quelle che sembrano riscuotere maggior credito indicano Berta come madre o sorella di Carlo Magno. La donna, in un certo periodo della sua vita, causa una serie di disavventure, per potersi guadagnare da vivere, si mise a filare. L’espressione, quindi, può indicare che e’ finito un periodo nero, che si e’ chiusa un’epoca e ne è iniziata un’altra completamente diversa.

Andare a Canossa: (chiedere umilmente perdono, sottomettersi nel modo più incondizionato) il castello di Canossa, nei pressi di Reggio Emilia, all’epoca delle lotte per le investiture, fu teatro dell’umiliazione di Enrico IV re di Germania, poi imperatore, davanti al Papa Gregorio VII, che lo aveva scomunicato. Prima di essere ammesso alla presenza del pontefice, il re dovette attendere tre giorni, poi ottenne il perdono per intercessione della contessa Matilde. Cinque anni dopo, nel 1081, il Re si vendicò togliendo alla contessa tutti i suoi diritti e gran parte dei beni. La frase  andare a  Canossa venne usata per la prima volta da Emilio Castelar, presidente della repubblica di Spagna, verso la fine dell’ottocento, stando a quanto asseriva lo stesso presidente. Castelar doveva provvedere ad alcuni vescovadi vacanti, per cui si mise d’accordo con il papa sulle nomine. Bismarck che non condivideva l’atteggiamento di Castelar, gli indirizzò una lettera di rimprovero, cui il presidente spagnolo rispose che il suo comportamento era determinato dal fatto che lui doveva tener conto, nelle sue scelte, della religione dominante nella sua nazione, e concludeva: anche voi andrete a Canossa. Va fatto rilevare, pero’, che Castelar ricopri’ la sua carica dal 9/9/1873 al 2/1/1874, mentre molto tempo prima, Bismarck, all’epoca del conflitto tra il secondo Reich e la chiesa cattolica, ebbe a dire, per esprimere il suo pensiero: nach canossa gehen wir nicht! -noi non andremo a canossa.-

Andare a monte: (veder fallire un progetto, concludere un’operazione con il nulla di fatto, non risolvere una situazione) le ipotesi circa le origini di questa locuzione sono parecchie. La più probabile si rifà al gioco delle carte, in cui il mazzo da cui si “pesca”, come nella briscola, tresette, scopa….viene definito “monte”, per cui, in caso di errore o disaccordo, si rimescolano le carte e si costituisce un nuovo monte. Un’altra versione vuole che la frase risalga all’epoca in cui  con il nome di monte si indicava l’insieme dei debiti che una pubblica istituzione assumeva nei confronti dei risparmiatori che le affidavano i propri capitali in cambio di una rendita vitalizia. Chi si assumeva questi debiti fruttiferi, in genere, era lo stato o il comune, e allora andare a monte significava essere descritto per creditore nei libri del monte. Una versione più recente e cattivella si riferisce a chi, avendo bisogno di un prestito si rivolgeva al monte di pietà o a una banca, e si sentiva dire che non può ottenere prestiti se non offre solide garanzie, il che equivale a dire “non facciamo niente”.

Audaces fortuna iuvat:(la fortuna aiuta gli audaci) questa antica massima e’ tratta dall’Eneide di Virgilio, libro x, nell’originale, il poeta aveva scritto audentes fortuna iuvat, ma in seguito prevalse l’uso della parola audaces, forse per la somiglianza con l’analoga voce neolatina.

Avere il bernoccolo di qualcosa:(essere naturalmente predisposti per una determinata materia, arte, scienza, ecc..) La locuzione deriva da una teoria avanzata da F.J. Gall nel settecento, secondo cui ogni zona del cervello, sarebbe sede di una funzione psichica diversa. Ora dalla conformazione del cranio, in base allo sviluppo più o meno accentuato di una determinata zona, si dovrebbe poter determinare la predisposizione della persona verso la disciplina che e’ regolata dalla funzione psichica che ha sede nella zona in questione. La fantasia popolare, sempre pronta a dare forma e contorni ben precisi a ogni cosa, ha “visualizzato”queste zone, pretendendo che fossero evidenti come bernoccoli. Da qui il nostro modo di dire, che e’ anche l’equivalente di: essere tagliato per qualcosa.

Il Busillis: Si dice: ecco il busillis, qui sta il busillis, questo è il busillis, per indicare il nodo di una questione, la difficoltà, l’inciampo. Si racconta che uno scolaro, o forse un chierico, o un prete doveva tradurre il principio di un brano del Vangelo, e arrivando alla fine di un rigo, divise così le parole in diebus illis (in quei giorni): in die-busillis. Quando poi tradusse, rese senza esitare: nel giorno del busillis. Da allora il termine  busillis restò a indicare un ostacolo non facilmente superabile.

Il filo di Arianna: Si dice di una cosa che fa trovare la via d’uscita in una situazione intricata, fa vedere o anche fornisce il modo di risolverla. Racconta il mito che la moglie del  saggio re di Creta Minosse, la malfamata Pasifae, aveva messo al mondo l’atroce Minotauro, un mostro di corpo gigantesco d’uomo e la testa di un toro, che si cibava di carne umana e muggiva in maniera terrificante. Per nasconderlo alla vista degli uomini, Minosse aveva fatto costruire dal famoso artefice Dedalo il Labirinto, un intrico di stanze e corridoi dove chi entrava si perdeva irrimediabilmente. Infondo al Labirinto il Minotauro aveva la sua orrida tana, doveva divorare le vittime umane che gli venivano offerte. Minosse dopo una vittoria riportata sugli Ateniesi, aveva imposto un crudele tributo: ogni nove anni dovevano mandare nell’isola di Creta quattordici giovani, sette maschi e sette femmine, da dare in pasto al Minotauro.

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